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Australia: detenzione in comunità, un'alternativa umana
26 settembre 2013

Richiedenti asilo provenienti dall'Afghanistan e da altre zone del mondo partecipano all'iniziativa di detenzione in comunità sponsorizzata dal Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Viene loro offerta la possibilità di partecipare ad attività di gruppo come, ad esempio, le partite di calcio mentre aspettano sia determinato il loro status. (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati).
La detenzione in comunità permette di comprendere meglio come si svolge la vita in Australia, consente di apprendere l'inglese e instaurare rapporti con i membri della comunità ospitante, il che potrà in futuro favorire l'insediamento di quanti otterranno il visto d'ingresso permanente.
Sydney, 26 settembre 2013 – Spinto dalla preoccupazione per le terribili condizioni in cui versano i ragazzi e bambini richiedenti asilo rinchiusi nei centri di detenzione, un gruppo di attivisti australiani impegnati su questo fronte è riuscito a ottenere l'applicazione della detenzione in comunità come misura possibile e umana, dando così ai richiedenti asilo in genere la possibilità di condurre un'esistenza più congrua in attesa dell'esito della loro domanda di asilo.

L'esperienza della reclusione nei centri di detenzione – "reclusione detentiva" – ha dimostrato di avere effetti negativi e di lungo termine sulla salute mentale e sul benessere generale di molti uomini, donne e bambini che hanno cercato asilo in Australia. Fattori come la privazione della libertà personale, un senso di ingiustizia, di isolamento dalla comunità più ampia, la crescente demoralizzazione e perdita di speranza, il prolungarsi dei tempi di determinazione dello status dei rifugiati, il rischio di espulsione, nonché iter legali sconcertanti, hanno tutti contribuito fin qui a causare nei detenuti stati di ansia e depressivi, se non addirittura problemi di salute mentale.

Condizioni, queste, spesso sfociate in suicidi, episodi di autolesionismo, manifestazioni di protesta, gravi crisi comportamentali. Tra l'altro, si è notato che la detenzione ha un effetto autonomo e negativo sulla salute mentale influendo sugli effetti di traumi precedenti, oltre a costituire di per sé un trauma prolungato nel tempo. I minori non accompagnati hanno dimostrato essere particolarmente suscettibili a crisi di natura mentale e di risentire pesantemente sullo stato di benessere generale.

All'inizio del 2010 un gruppo di attivisti ha iniziato a studiare modelli idonei di detenzione in comunità di minori non accompagnati richiedenti asilo. Si sono tenute consultazioni con tutta una serie di parti interessate e di prestatori di servizi all'infanzia. Convenuto su un modello di detenzione e individuati i prestatori di servizi del caso, si è provveduto a presentare una proposta al Dipartimento Immigrazione e Cittadinanza australiano affinché modificasse il regime detentivo al momento in vigore per i minori non accompagnati. Il governo australiano si è dimostrato disponibile, e fin dal primo annuncio della nuova politica nel 2010 ha trasferito un numero notevole di minori non accompagnati e gruppi familiari in realtà esterne al sistema di reclusione detentiva.

I minori non accompagnati vengono inviati in case di quattro-cinque vani in cui sia possibile ricavare un ufficio e una camera riservata a un assistente giovanile perché vi trascorra la notte.

Va ricordato che il problema urgente e sempre più grave della salute mentale nei centri di detenzione per immigrazione ha spinto il Dipartimento Immigrazione e Cittadinanza australiano ad accrescere il numero di contratti con agenzie selezionate in modo da fornire una sistemazione e il debito sostegno anche a uomini vulnerabili in stato di detenzione. Dal marzo 2012, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati ha posto in atto, in associazione con il Marist Youth Care, un programma di detenzione per uomini in condizioni di vulnerabilità denominato Vulnerable Adult Men Residence Determination Project. Il progetto prevedeva inizialmente un ostello e cinque case in cui ospitare un massimo di 40 uomini adulti con esigenze multiple e complesse, che comprendevano tra l'altro difficoltà di ordine fisico e mentale. Il servizio è stato successivamente esteso a gruppi familiari, e fornisce attualmente sostegno sanitario, di welfare e abitativo, oltre a un particolare impegno nell'ambito dell'assistenza sociale individuale, a richiedenti asilo affidati alla custodia della comunità. Dall'agosto 2013, è prevista la sistemazione in un ostello e otto case, e i servizi sono forniti fin qui a 83 beneficiari (uomini adulti e gruppi familiari in stato di vulnerabilità).

A metà 2010, il governo australiano aveva annunciato l'intenzione di modificare le proprie politiche migratorie nel senso di trasferire in paesi terzi il processo di riconoscimento dello status dei rifugiati già svolto fuori dal territorio continentale. La proposta non ha avuto seguito a causa della negata collaborazione da parte del governo di Timor Leste, nonché della sentenza dell'Alta Corte che negava l'autorizzazione a trasferire i richiedenti asilo in Malaysia.

Nell'ottobre 2011 si era quindi annunciato che le pratiche di tutti i richiedenti asilo sarebbero state trattate sul territorio nazionale e che, dopo un iniziale periodo di detenzione ai fini dell'identificazione e degli opportuni controlli sanitari e di sicurezza, alla maggior parte di essi sarebbe stato consentito di vivere nella comunità australiana con visti provvisori, con diritto ad accedere al mondo del lavoro; i soggetti che fossero valutati troppo vulnerabili per condurre una vita indipendente sarebbero stati affidati alla detenzione in comunità, che però non dà diritto ad accedere al mondo del lavoro.

Perché la detenzione in comunità? In Australia, si sono stipulati contratti con organizzazioni facenti capo sia alla comunità civile, sia a realtà ecclesiastiche per la fornitura di servizi di detenzione in comunità. All'atto del rilascio dalla detenzione vera e propria, i richiedenti asilo, minori non accompagnati e gruppi familiari vulnerabili sono affidati a questi servizi e viene loro assicurato sostegno abitativo, sanitario e di welfare, nonché un particolare impegno nell'ambito dell'assistenza sociale individuale.

Pur essendo quella in comunità comunque una forma di detenzione, i richiedenti asilo non sono soggetti a uno stretto controllo da parte di agenti di custodia, come avverrebbe nella detenzione in quanto tale. Possono muoversi all'interno della comunità, svolgere attività e impegnarsi in eventi a carattere sociale (sempre nella comunità), conducendo così una vita connotata da una certa normalità. Chi ne beneficia riferisce un maggiore livello di indipendenza potendo, per esempio, fare la spesa per la giornata, programmare e preparare in proprio i pasti, organizzare i propri spostamenti laddove necessario. Può così mantenere contatti più stretti con amici, familiari e reti di sostegno. Dalle famiglie si apprende che i figli sono inseriti meglio nelle iniziative comunitarie di quanto non accadesse in precedenza nella reclusione detentiva.

La detenzione in comunità ha un'incidenza economica minore rispetto alla gestione di centri di detenzione ad alta sicurezza (che comportano elevati costi in fatto di edilizia e spese capitale, per non parlare dei costi meno definibili derivanti da situazioni come il decadimento della salute mentale dei soggetti). Su tutti questi piani, la detenzione in comunità risulta essere più economica.

Il trattamento delle pratiche in ambito comunitario esige minori fondi per la sanità e il welfare dei richiedenti asilo, rispetto a quanto invariabilmente richiesto nella detenzione prolungata.

"La detenzione in comunità è diversa. Non posso non apprezzare il fatto che non abbiamo alle costole agenti di custodia... 24 ore su 24, sette giorni alla settimana. Qui siamo più liberi".

La detenzione in comunità permette di comprendere meglio come si svolge la vita in Australia, consente di apprendere l'inglese e instaurare rapporti con i membri della comunità ospitante, il che potrà in futuro favorire l'insediamento di quanti otterranno il visto d'ingresso permanente.

Coloro cui è stato negato il riconoscimento dello status di rifugiati hanno dimostrato di essere più inclini a rimpatriare nei paesi di origine se hanno fatto l'esperienza di vita nella comunità. Si registra anche una minore incidenza di suicidi e casi di autolesionismo, oltre a una tendenza decisamente inferiore a sfuggire alle regole della comunità.

Le sfide. Al 31 maggio 2013, 2.820 richiedenti asilo sono stati posti in detenzione in comunità, mentre 8.521 sono stati affidati a strutture di detenzione per immigrazione e posti alternativi di detenzione.

Il programma di detenzione in comunità ha avuto uno straordinario successo, tuttavia non sono mancate le difficoltà. Pur essendo il programma finanziato al cento percento dal governo, ci sono servizi cui le persone affidate alla detenzione in comunità non sempre riescono ad accedere, come l'assistenza ai disabili e le concessioni di trasporto pubblico. I richiedenti asilo detenuti in comunità fruiscono di un'indennità estremamente bassa con cui devono far fronte alle spese di sussistenza, trasporti, utenze, e varie. Non è loro consentito lavorare, quindi non hanno altro reddito.

"È vero, non abbiamo recinzioni e possiamo spostarci entro la comunità, pur tuttavia siamo soggetti a una serie di restrizioni. Per noi c'è sempre ancora il coprifuoco. I soldi sono pochi e l'attesa del visto sembra non avere fine. Viviamo ancora in una sorta di limbo", ha detto Hazara, una richiedente asilo hazaro che vive in detenzione in comunità da oltre un anno).

A queste persone è consentito, però, svolgere attività lavorative non retribuite, su base volontaria; un modo per interagire con la comunità locale, instaurare rapporti, migliorare le conoscenze dell'inglese e conseguire nuove competenze. Tutto ciò, sommato all'esperienza della detenzione in comunità, potrà favorire l'accesso al mondo del lavoro una volta ottenuto il visto.

Non di rado è difficile per organizzazioni come il JRS individuare le sistemazioni abitative più indicate e fornire a queste persone i servizi nella misura richiesta. Da tenere presente anche che le difficoltà di comunicazione possono comportare per esempio intralci nel passaggio dei richiedenti asilo dalla detenzione alla comunità, con possibili ritardi nel processo.

Di recente, il programma ha risentito dell'applicazione di un nuovo modello di assistenza introdotto nel 2012 nel contesto della nuova norma governativa denominata No Advance Policy. Ai richiedenti asilo giunti successivamente al 13 agosto 2012 viene riconosciuta un'indennità inferiore, è negato l'accesso al mondo del lavoro, il disbrigo delle loro pratiche può richiedere fino a cinque anni, e durante la loro permanenza in stato di detenzione in comunità possono essere potenzialmente trasferiti in qualsiasi momento e senza preavviso a qualsiasi centro di trattamento pratiche.

I gruppi per i diritti umani e quelli ecclesiali devono continuare a battersi con forza per il perfezionamento dei programmi riguardanti la detenzione in comunità. A differenza di coloro che sono detenuti in strutture chiuse, i richiedenti asilo e rifugiati che vivono in stato di detenzione in comunità possono condurre un'esistenza relativamente normale pur nell'anormalità della loro situazione, e di personalizzare in qualche modo lo spazio in cui risiedono. Le regole comunitarie sembrano aiutare queste persone a far fronte alle difficoltà che derivano da un'attesa prolungata e procedure talvolta traumatiche della definizione dello status di rifugiati; e laddove sono accompagnate a opportunità e forme di sostegno costituiscono un modello di gran lunga più umano ed efficace che non la detenzione vera e propria.

Catherine Marshall, Suma Pillai e Louise Stack, membri del JRS Australia

Articolo originariamente pubblicato da Forced Migration Review nel settembre 2013.

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