Centro de detenzione, Malta

I diritti umani innanzitutto

Il diritto dei singoli stati a controllare i flussi migratori è vincolato all’obbligo di proteggere i rifugiati, come sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Rifugiati del 1951, laddove si fa divieto di penalizzare i richiedenti asilo. Nonostante ciò, ancora oggi la detenzione arbitraria degli immigrati viene usata abitualmente come mezzo di controllo dei flussi migratori.

Quando i bambini dei montagnard sono fuggiti dalla persecuzione in Vietnam, sono stati posti in stato di detenzione in appositi centri in Cambogia; centri la cui natura e struttura impediva loro di ricevere un’istruzione adeguata. In questi centri, il tipo di servizi educativi offerti risulta piuttosto limitato e la monotonia della vita quotidiana riduce nei giovani la capacità e la motivazione ad apprendere.

La detenzione limita anche il tipo di servizi di assistenza legale che si possono offrire. A Malta alcuni avvocati tentano di assicurare una protezione legale adeguata alle persone in cerca di asilo. Per sua natura, la detenzione isola i richiedenti asilo dal resto della società e ostacola l’accesso a servizi di assistenza legale o di informazione sulla procedura di richiesta. Ciò significa che, sempre a Malta, chi chiede asilo deve il più delle volte avviare questa procedura senza sapere bene cosa aspettarsi.

Anche il confinamento nei campi per un periodo indeterminato, seppure meno gravoso rispetto alla detenzione, può avere un impatto negativo sulla salute mentale dei rifugiati. Questo è particolarmente evidente nell’evolversi di comportamenti antisociali nei giovani rifugiati che vivono nei campi. La consapevolezza che al di fuori del campo vi siano molteplici opportunità di svago e di crescita può generare nei più giovani un senso di apatia e scoraggiamento: anche se vengono loro assicurati cibo, alloggio e un’istruzione, questi servizi vengono visti come una strada senza futuro. Il JRS si adopera per contrastare le conseguenze negative di questo confinamento, tuttavia le cause del disagio vanno cercate a monte.

Vi sono anche casi in cui si è riusciti a fare qualcosa. In Sudafrica, la legge vieta che i bambini non accompagnati siano detenuti, decretando che in sede di decisioni che li riguardano le autorità devono agire sempre “nel miglior interesse dei minori”. Dovendo far fronte a diverse e ingenti ondate migratorie, il Sudafrica si è schierato a tutela dei diritti dei bambini; i quali, essendo fuggiti da situazioni di povertà e di persecuzione, devono essere accuditi anziché detenuti.

Non essendoci norme di legge cui fare riferimento nel caso specifico, in Australia i difensori dei diritti umani hanno fatto appello all’opinione pubblica, cercando di richiamare l’attenzione sulle condizioni dei minori in cerca di asilo, che in taluni casi sono costretti a subire la detenzione anche per diversi anni. Presentando l’aspetto umano degli effetti della detenzione, le ONG sono riuscite a catturare l’attenzione dell’opinione pubblica e a spingere il governo a rivedere le proprie posizioni in materia. Oggi i bambini non possono più essere detenuti per motivi legati al loro stato di migranti.

Pur avendo la comunità internazionale il dovere di farsi carico congiuntamente della protezione dei rifugiati, dividendone equamente gli oneri, la detenzione non dovrebbe mai essere usata come mezzo per controllare i flussi migratori. Dio ci ha creati liberi. Esistono quasi sempre strade alternative alla detenzione, che sono rispettose della nostra libertà: è compito degli stati porre i diritti umani al di sopra delle ragioni di sicurezza interna.
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